La sudditanza è lunga quanto la civiltà. Cinquemila anni, senza un giorno di interruzione.
Perché?
Non perché nessuno abbia provato a spezzarla. Hanno provato in tanti, e hanno perso tutti. Quasi sempre per mano di altri sudditi.
Il suddito non è tenuto fermo dalla catena. È tenuto fermo da un racconto: gli hanno insegnato che cos'è un uomo, e lui sa di stare dove deve stare. Sa abbattere un padrone. Non sa farne a meno.
Per questo spezzare le catene non basta, e non basta dare l'esempio.
L'uomo libero non si libera. Si produce.
Il primo libro mostra come è stato fabbricato il suddito. Il secondo, come si fabbrica altro.
La domanda
Da quando esistono le città, i granai e la scrittura, esistono quelli che comandano e quelli che obbediscono. Sono caduti imperi, religioni, classi intere. La sudditanza non è mai caduta.
La domanda sul perché è stata fatta di rado, ma è stata fatta. Étienne de La Boétie, nel 1548, si chiede come milioni di uomini possano obbedire a uno solo che non ha altra forza se non quella che loro gli prestano. Spinoza, nel 1670, si chiede perché gli uomini combattano per la propria servitù come se fosse la loro salvezza. Wilhelm Reich, nel 1933, rovescia la questione: non c'è da spiegare perché l'affamato ruba, ma perché la maggior parte degli affamati non lo fa.
Le risposte sono rimaste corte. La Boétie conclude che basta decidere di non servire più e si è liberi. È la domanda giusta con la risposta sbagliata: suppone che sotto il suddito ci sia già un uomo libero che aspetta.
La nostra risposta parte da un altro punto. Ogni ordine sociale poggia su un'idea dell'uomo, e quell'idea non la detiene solo chi comanda: la porta dentro chi obbedisce. I racconti
Ogni civiltà ha spiegato al suddito il suo posto con un racconto dell'origine. Le parole cambiano, il posto no.
Servizio. In Mesopotamia gli dèi minori, stanchi di scavare canali, si ammutinano. Per sostituirli gli dèi impastano l'uomo con argilla e con il sangue di un dio ribelle (Atrahasis). Nell'Enuma Elish lo scopo è dichiarato: caricare sull'uomo la fatica degli dèi. L'uomo è manodopera per costruzione. La regalità «discende dal cielo» e il re si presenta come pastore: così Hammurabi, nel prologo del suo codice.
Merito. In India la società nasce da un sacrificio, non da una colpa. Gli dèi smembrano l'Uomo cosmico: dalla bocca i brahmani, dalle braccia i guerrieri, dalle cosce i produttori, dai piedi i servi (Rigveda X, 90). I paria restano fuori dal corpo. La parola sacra non è rivolta al popolo: è custodita da una casta, in una lingua che il popolo non parla. Poi il karma chiude il cerchio: nasci dove le vite precedenti ti hanno messo, e sali solo obbedendo al tuo posto. Quando un dio parla, nella Bhagavad Gita, parla a un principe e gli dice di fare il dovere della sua casta.
Sorte. A Roma il Fato sta sopra gli stessi dèi. Lo schiavo è tale per sfortuna, non per essenza, e i giuristi scrivono che la schiavitù è contro natura. Ma la filosofia della classe dirigente insegna ad accettare la parte assegnata: sei un attore, dice Epitteto che era stato schiavo, e la parte non la scegli tu.
Colpa. Il cristianesimo sostituisce la sorte con il peccato. La terra è pena, il riscatto viene dopo la morte. Agostino lo dice senza giri: la schiavitù non viene dalla natura, viene dal peccato (La città di Dio, XIX, 15). Alla sorte ci si può ribellare. Di una colpa ci si può solo pentire.
Accanto all'idea dell'uomo c'è l'immagine della società, e anche qui le figure sono poche. La casa del padrone. Il gregge e il suo pastore. La piramide che fa salire tutto e redistribuisce dall'alto. E soprattutto quello con cui Menenio Agrippa nel 494 a.C. riporta la plebe in città, quello di Paolo, molte membra e un solo capo. Il gregge umilia, il corpo convince.